ARCHEOBLOG

Giornale archeologico e culturale costantemente aggiornato con le ultime notizie e gli ultimi approfondimenti storico-archeologici



10 maggio 2010

Rivenuta necropoli romana a Ostia Antica

Nell’ambito di un cantiere Acea Spa–Illuminazione Pubblica (responsabile Acea I.P. G. Vivarelli e responsabile del procedimento S. Pipus), realizzato in via Gesualdo–Parco dei Ravennati a Ostia Antica per la sistemazione di un nuovo impianto di illuminazione lungo la parte pedonale del percorso, sono emersi importanti resti di carattere funerario e strutture murarie di epoca romana. Lo scavo è stato realizzato su incarico Acea dalla Cooperativa archeologia, sotto la direzione scientifica della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma–sede di Ostia, con il supporto di un’antropologa collaboratrice del Servizio di Antropologia della Soprintendenza. Grazie ad una proficua collaborazione con tutta l’equipe Acea, è stato possibile mettere in luce la continuazione dell’ambito necropolare già evidenziato durante un precedente cantiere Acea, effettuato nel 2006 nell’angolo Sud-occidentale del Parco dei Ravennati. L’area di necropoli scoperta durante l’attuale cantiere si stendeva lungo un muro ad angolo, di cui è stata rinvenuta soltanto la fondazione. Le tombe ad inumazione ed in limitatissimo numero anche ad incinerazione sono sistemate in modo caotico, con numerose riduzioni volontarie per far posto alle inumazioni più recenti. Questa parte della necropoli dai limitati dati archeologici rinvenuti, appare inquadrarsi intorno alla seconda metà del I secolo d.C., in un momento di passaggio tra l’uso del rito ad incinerazione a quello ad inumazione.
Dall’analisi antropologica preliminare gli inumati, nella maggior parte di sesso maschile, sono apparsi appartenere ad un livello sociale molto basso, per le numerose tracce di alterazioni scheletriche causate da stress biomeccanici, attribuiti a un’attività lavorativa particolarmente pesante, che prevedeva un forte impegno funzionale degli arti. Inoltre, nell’area di cantiere più vicina alla Stazione della Ferrovia Roma-Lido sono state rinvenute alcune strutture murarie, rasate al livello delle fondazioni, riferibili a due ambienti adiacenti pavimentati con mosaici a disegni geometrici in bianco/nero. Queste strutture possono collegarsi alle altre visibili lungo Via della stazione di Ostia Antica ed a quelle scoperte in più punti negli anni passati nei pressi della Stazione e probabilmente riferibili ad ambito commerciale e/o residenziale. I dati scaturiti da questo intervento si sono rivelati particolarmente interessanti per la ricostruzione delle modalità di utilizzo del territorio immediatamente circostante alla città romana di Ostia Antica.




Fonte: “Il Velino Cultura”

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02 maggio 2010

Bari: recuperata in mare un'anfora romana

Un'anfora romana, risalente al periodo compreso fra il II e il I secolo avanti Cristo, è stata scoperta e recuperata su un fondale sabbioso non molto profondo e non molto lontano dal porto di Bari. I carabinieri del Nucleo Subacquei stavano effettuando un'immersione di addestramento, quando si sono imbattuti nell'antico reperto archeologico, parzialmente ricoperto di sabbia, ma riconoscibile all'occhio attento di chi ha frequentato corsi di archeologia subacquea. Si tratta di una "lamboglia 2", come confermato dagli esperti del Comando Tutela Patrimonio Culturale dell'Arma, un'anfora dal corpo ovoidale di circa un metro e venti di altezza, collo cilindrico con orlo a fascia verticale, anse a bastone applicate sotto l'orlo e sulla spalla e puntale pieno, impiegata per il trasporto di liquidi, in particolare vino. Un manufatto tipico dell'area mediterranea e in particolare dell'Adriatico che viene denominata "vinaria". Le operazioni di recupero, eseguite dai subacquei di Bari hanno richiesto alcune ore di paziente lavoro per eliminare, con delicate opere di scavo manuale, la sabbia e le formazioni calcaree circostanti e sono proseguite con un'attenta imbracatura del reperto che è stato caricato sul gommone del reparto speciale dell'Arma e poi condotto in sicurezza per le operazioni di desalinizzazione in una apposita vasca, d'intesa con la Soprintendenza dei Beni Archeologici.




Fonte: “www.culturaitalia.it”

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20 aprile 2010

Scoperto a Potenza un antico edificio assemblato come un mobile dell'Ikea

L’idea del kit di montaggio non appartiene all’Ikea, ma trova origine in tempi molto lontani. Una reggia del VI secolo avanti Cristo è stata assemblata proprio come un mobile della famosa catena svedese. E' la scoperta fatta a Torre Satriano, alle porte di Potenza, dove gli archeologi, -secondo quanto riporta la rivista Storica National Geographic- hanno riportato alla luce un edificio sfarzoso, dotato di un tetto a falde i cui pezzi sono quasi tutti segnati con iscrizioni che rimandano ad istruzioni per il montaggio.

Si tratta di un edifico "simile ad un tempio", anticipano dal periodico, con un corpo centrale sormontato dal tetto a due falde con decorazioni rosse e nere, e un volume laterale con un porticato che valorizzava l'ingresso della lussuosa costruzione. Il tetto consentiva il defluire delle acque piovane attraverso dei pannelli di abbellimento, chiamati 'sime', provvisti di gocciolatoi. "Tutte le sime - spiega a Storica Massimo Osanna, direttore della Scuola di specializzazione in archeologia dell'università della Basilicata e del progetto di scavo a Torre Satriano - e alcune lastre di fregio presentavano iscrizioni relative al sistema di montaggio del tetto. Sono stati recuperati finora un centinaio di frammenti iscritti, dove si legge un numero ordinale al maschile sulle sime e uno al femminile sul fregio".

Una sorta di libretto di istruzioni che identificava ogni componente con una sigla e, per facilitarne l'ordine di assemblaggio, definiva gli elementi maschio o femmina, pratica ancora in uso ai giorni nostri. "Le caratteristiche di queste iscrizioni indicano un orizzonte temporale del VI secolo a.C., omogeneo con quanto ricostruibile anche con gli altri elementi del decoro architettonico", spiega Osanna. Non solo: i decori del tetto della reggia di Torre Satriano sono molto simili alle tracce frammentarie del decoro di un'altra abitazione ritrovata a Braida di Vaglio, una località poco distante. "La similitudine nell'impiego di questi decori è tale da farci immaginare la stessa origine, se non addirittura lo stesso stampo". La zona dei ritrovamenti era a ridosso delle colonie costiere della Magna Grecia e a quell'epoca i signori locali si adeguavano ai gusti di origine greca, facendone uno status symbol: ciò potrebbe quindi giustificare una produzione 'seriale'.




Fonte: “notizie.tiscali.it”

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15 aprile 2010

Pioltello romana, ecco il volto della donna del III secolo d. C.: il vaso potorio rinvenuto nella sua tomba sarà esposto al Museo Archeologico di Milano

Donna_01 Pioltello, 9 aprile 2010 – Aveva 60 anni ed era alta 1.70, un’età e una statura ragguardevoli per l’epoca, la ‘domina’ di Pioltello, la donna del III° secolo dopo Cristo il cui scheletro è stato rinvenuto nella tomba a inumazione scoperta nella nostra città nel gennaio 2009: il suo volto è stato ricostruito dal Labanof, Laboratorio di Antropologia e odontologia forense, per conto della Soprintendenza ai Beni Archeologici della Lombardia, che ha eseguito e publbicato gli studi sui reperti, e sarà mostrato alla cittadinanza di Pioltello venerdì 16 aprile alle 21, in sala consiliare (Municipio, via Cattaneo, 1).
Tomba_03 “La tomba – ha spiegato Laura Simone, funzionario responsabile unico per la Provincia di Milano della Soprintendenza – risale con certezza all’inizio del III° secolo d. C., a differenza di quella scoperta nel 1985 in pieno centro storico di Pioltello, nei pressi della chiesa di Sant’Andrea, di quasi un secolo più tarda. Il bellissimo vasetto potorio in terracotta rinvenuto accanto allo scheletro, di circa 10 cm di diametro, è di sicura provenienza francese, viene dall’Alvernia, mentre le monete, molto consumate, sono del 175 dopo Cristo, quindi compatibili cronologicamente con il vaso. Questo è veramente un reperto eccezionale, l’unico ritrovato intero in tutto il Nord Italia, e sarà esposto al Museo Archeologico di Milano”. Diversa la sorte della ‘domina’, una signora certamente di censo elevato, vista l’ottima conservazione dei denti, l’età avanzata per l’epoca e l’assenza di tracce di malattie artritiche, frequenti a quei tempi: la ricostruzione del suo viso, realizzata con cura scientifica dagli esperti del Labanof, che hanno individuato un trauma all’occhio sinistro, peraltro guarito e non causa di morte, sarà esposta nella nuova biblioteca di Pioltello in costruzione in un’ala del Municipio di via Cattaneo. “E al piano terra della stessa biblioteca – annuncia Fiorenza Pistocchi, assessore alle Culture – verrà ricostruita la tomba, di cui abbiamo conservato e catalogato ogni mattone: sarà posizionata sotto una lastra di vetro nell’area dedicata alla storia di Pioltello. A tale proposito, vogliamo diffondere nelle scuole la conoscenza del passato della nostra città, e utilizzeremo a questo fine anche la pubblicazione realizzata dalla Soprintendenza sui risultati degli studi sulla tomba, che sarà anche distribuita ai cittadini interessati”.
Gli studi sui reperti e le ricostruzioni della tomba e del volto della domina sono stati resi possibili grazie alla collaborazione di Rotolito Lombarda, l’azienda nel cui terreno è stato scoperto il sito archeologico nel gennaio 2009, durante gli scavi per la costruzione del nuovo sito produttivo. L’azienda ha contribuito alle spese con 4.000 euro, che si sono aggiunti ai 10.000 euro stanziati dal Comune.




Fonte: “Ufficio Stampa Comune di Pioltello – ufficiostampa@comune.pioltello.mi.it

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27 febbraio 2010

Nuove scoperte all’ interno dell’antica città latina di Gabii

Gabii_Regia All’interno dell’antica città latina di Gabii, è stato portato alla luce un edificio di età arcaica identificabile come la residenza del rex della città, probabilmente un tiranno legato alla famiglia dei Tarquini. L’edificio, contraddistinto da uno straordinario stato di conservazione è la prima struttura abitativa di età arcaica in Italia ad essere stata rinvenuta con murature integre fino a 2 metri di altezza.
Le indagini archeologiche - promosse nell’ambito di una ricerca finanziata dalla Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma (Angelo Bottini) - sono state condotte congiuntamente da questo Istituto, l’Università di Roma “Tor Vergata” (Marco Fabbri) e dalla Scuola di Specializzazione in Archeologia di Matera (Massimo Osanna) ed hanno rivelato un impianto tripartito, rinvenuto in corrispondenza della supposta acropoli della città, composto da una sala centrale più ampia e da due ambienti laterali con ingressi decentrati, ciascuno caratterizzato dalla presenza di sepolture infantili che rimandano a complessi rituali di inaugurazione dello spazio e di costruzione dell’edificio. Si tratta di un impianto di eccezionale fattura, confrontabile (per cronologia, planimetria e decorazione) con le celebri dimore regali (regiae) note a Roma ed in Etruria.
L’area archeologica dell’antica città di Gabii è localizzata a circa 20 chilometri da Roma, al XII miglio della Via Prenestina antica, in origine denominata Gabina, sul ciglio meridionale del cratere di Castiglione, un corpo eccentrico del complesso vulcanico dei Colli Albani occupato sino alla fine del XIX secolo, epoca in cui fu prosciugato, da un lago di origine vulcanica noto come "lacus Buranus o Sanctae Praxedis" o ancora come lago di Castiglione.
Gabii costituisce uno dei siti archeologici più significativi del territorio del Comune di Roma al cui interno sono ancora percepibili le peculiari caratteristiche del paesaggio storico dell’ Agro Romano altrove definitivamente perdute. Per tali motivi un ampio settore di questo comprensorio archeologico, comprendente parte dell’antico centro urbano ed alcune delle sue più dirette pertinenze è stato acquisito - nel 1987 - al Demanio dello Stato ed assegnato in uso alla Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, al fine di realizzare un parco archeologico che, con i suoi 70 ettari, si configura come l’area archeologica demaniale più estesa del territorio suburbano del Comune di Roma.

LA REGIA DEI TARQUINI A GABII
Dalle indagini emerge che l’edificio (preceduto da un impianto più antico ancora poco indagato) venne realizzato, frequentato e abbandonato nell’ambito del VI sec. a.C. Lo stesso stato di conservazione della struttura è dovuto ad un’azione repentina di defunzionalizzazione che, avvenuta alla fine del VI sec. a.C., ne ha comportato l’obliterazione con un alto tumulo di pietre e probabilmente ha causato anche la rimozione delle pavimentazioni e delle coperture, con le relative decorazioni. Di queste restano infatti poche ma significative tracce: lo scavo del tumulo di pietre ha restituito solo alcuni frammenti della decorazione architettonica tra cui una lastra quasi integra di fregio pertinente alla nota serie raffigurante il Minotauro associato a felini che, presente a Roma nella Regia, rimanda alla celebre saga di Teseo utilizzata da Servio Tullio per enfatizzare e legittimare il proprio potere.
La lastra non è l’unica testimonianza che permette di ricondurre l’edificio alla sfera dei Tarquini: Livio (I, 53, 4-11 e 54, 1-10) infatti ci racconta che Tarquinio il Superbo, non riuscendo a conquistare Gabii, si servì del figlio Sesto Tarquinio che con uno stratagemma impose il proprio potere a danno degli aristocratici della città. Ancora Livio (I, 60,2) racconta che, con la caduta della monarchia a Roma, anche a Gabii viene scacciato il tiranno. Non sembra casuale a questo punto che l’edificio venga distrutto intenzionalmente e seppellito dal tumulo proprio sul finire del VI sec. a.C., un evento che, come a Roma, viene ad inaugurare evidentemente la nascita di un nuovo assetto politico-istituzionale.
Le strutture emerse durante l’ultima campagna di scavo costituiscono probabilmente solo parte di un complesso più esteso, la conoscenza esaustiva della cui articolazione planimetrica rappresenta uno degli obbiettivi delle prossime indagini che la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma ha già fissato per la primavera 2010, malgrado le sempre scarse risorse destinate a questo sito -peraltro ulteriormente ridotte nell’ultima programmazione di bilancio 2010, nonostante l’ eccezionalità delle scoperte avvenute-.
Alla luce delle recenti scoperte, l’antica città latina di Gabii può essere considerata, almeno per quanto riguarda le sue fasi più antiche, una “piccola Roma” che, non avendo subito le distruzioni e trasformazioni dell’Urbs, conserva ancora nel sottosuolo consistenti tracce della città romana. Il sito di Gabii, abbandonato nel XI sec., è oggi infatti uno dei rari comprensori del suburbio di Roma che, miracolosamente preservato dagli interventi edificatori degli ultimi decenni, rappresenta un’occasione unica per conoscere la forma e l’immagine urbana di una città romana fin dalla sue origini.

Ufficio stampa Electa
per la Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma
tel. 39 06 42 02 92 06
Via Sicilia 154 – 00187 ROMA
press.electamusei@mondadori.it




Fonte: “www.beniculturali.it”

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23 febbraio 2010

Aquileia (Ud). Importante ritrovamento archeologico

Martedì 16 febbraio, in località Morona, poco a nord di Aquileia, lungo la strada regionale 352, che ripercorre il tracciato della strada romana Giulia Augusta (lungo la quale sono stati rinvenuti già in passato resti di necropoli), è stato portato alla luce il rivestimento interno, in lamina di piombo, di una bara di legno, risalente, presumibilmente, al II - III sec. d.C., di dimensioni 1.90 x 0.35, h. 0.35.
Questo tipo di sepoltura, con utilizzo del piombo per rivestire internamente la cassa (si riteneva potesse meglio conservare il corpo), si riferisce ad una tradizione attestata soprattutto in ambito orientale.
Non si conosce ancora il contenuto della cassa. L’apertura, che verrà effettuata nei prossimi giorni, rivelerà probabilmente resti ossei del defunto e sperabilmente anche elementi di corredo.
Lo scavo, condotto per la Soprintendenza dalla ditta Arχè di Luciana Mandruzzato, è uno scavo preventivo, eseguito per la concessione relativa alla costruzione di un distributore di benzina, in accordo tra il proprietario dell’area e la Soprintendenza. La zona del ritrovamento, infatti, è considerata non di vincolo ma di rispetto (fascia di rispetto sepolcrale) come definito dal piano regolatore di Aquileia e, pertanto, qualsiasi intervento di scavo deve essere, comunque, concordato con la Soprintendenza. L’area è stata sottoposta a stretta sorveglianza.




Fonte: “Soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia”

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03 gennaio 2010

Modena. Nuove scoperte archeologiche sotto il Monastero di San Pietro

Nel cortile della spezieria del Cenobio Benedettino del Monastero di San Pietro di Modena, sono riemersi resti delle fortificazioni medievali costruite a cavallo dell'anno Mille, delle antiche strutture dell'abbazia del XIII secolo ed una fontana m,onumentale del primo Cinquecento. Sono queste le scoperte più significative emerse dagli scavi nel cortile detto “della spezieria”, all’i nterno del monastero, inseriti all'interno di un aprogetto di recupero del complesso. I lavori di scavo, coordinati sul campo dall’archeologo Alberto Monti, si sono svolti sotto la direzione scientifica del Soprintendente Luigi Malnati e di Donato Labate della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna. Il progetto di recupero del complesso, prevede sia il restauro dell’antica fontana che la valorizzazione di un tratto delle fortificazioni. In una conferenza programmata per il 21 gennaio prossimo dalla Parrocchia di San Pietro e dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna, verranno presentati al pubblico gli esiti delle indagini archeologiche ed il progetto di recupero del cortile della spezieria.

Link: www.archeobologna.beniculturali.it




Fonte: “www.culturaitalia.it”

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10 ottobre 2009

Roma. Sotto piazza Venezia i resti dell'Ateneo di Adriano

Dopo la scoperta della Coenatio rotunda di Nerone, la sala da pranzo rotante nella Domus Aurea, il sottosuolo di Roma restituisce quelli che con molta probabilità sono i resti di un altro leggendario monumento: l’Ateneo di Adriano, fatto costruire dall'imperatore, su modello di quello ateniese, per ospitare filosofi, letterati e scienziati. «Per ora è solo una suggestione, ma il punto è un altro: stiamo per conoscere una parte di Roma di cui non sapevamo ancora nulla perché nella Forma Urbis marmorea questo pezzo non c'è». Il soprintendente dell'area archeologica romana, Angelo Bottini, ha così spiegato il senso dell'edificio ritrovato nel sottosuolo di piazza Venezia grazie allo scavo per la realizzazione della stazione metropolitana. Si tratta di «un grande edificio pubblico di età imperiale, certamente dell'epoca dell'imperatore Adriano – aggiunge Bottini – finora sconosciuto in una zona in cui mai avremmo potuto scavare se non in funzione di questi lavori. È quindi uno di quei posti in cui lo scavo della metropolitana ha consentito un avanzamento molto significativo delle conoscenze, e che naturalmente chiederemo di valorizzare nel contesto della sistemazione della piazza e della stazione».

Infatti, anticipa il soprintendente, «chiederò di completare e integrare lo scavo e di valorizzarlo. Come si dovrà procedere si vedrà. Naturalmente ci troviamo in un'area molto delicata, le trasformazioni che si andranno a fare in una zona come quella andranno molto ben meditate, però in questo caso, certamente il valore archeologico della scoperta è tale da fare ritenere che debba essere fatto uno sforzo progettuale molto importante».

Lo scavo, iniziato due anni fa in occasione dei primi sopralluoghi per la collocazione della stazione metropolitana mise in evidenza alcuni gradini rivestiti di marmo che facevano capire che proprio lì sotto c'era un grande edificio. Dopo un rallentamento dei lavori si è potuta allargare l'area scavata e quindi sono state trovate altre parti di questo medesimo edificio più strutture medievali successive.

Soprattutto si è potuto lavorare sulla cartografia dei rilevamenti del secolo scorso quando è stato costruito il Palazzo delle Assicurazioni Generali che si trova in quell'area. Da questo studio si è riconosciuto che fra i resti trovati oggi e quelli dell'epoca c'è una logica comune. Si è proceduto quindi a ricostruire topograficamente questo pezzo di edificio che ha una caratteristica fondamentale: si tratta di un edificio sicuramente di età adrianea che si ricollega strettamente al Foro di Traiano che, come è storicamente accertato, è stato completato proprio nel periodo dell'imperatore Adriano.




Fonte: "CulturaItalia"

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25 agosto 2009

Scoperti nuovi reperti archeologici nella città romana di Grumentum (PZ)

Coppe, vasi, brocche e anfore sono questi alcuni dei reperti che provengono dalla campagna estiva di scavi condotta nella città romana di Grumentum dall'equipe diretta da Attilio Mastrocinque dell'Università di Verona. Fra i vari reperti si annovera una splendida coppa del vasaio aretino Tigrane, decorata a bassorilievo con satiri, menadi e tripodi.   Il settore di scavo fra le terme repubblicane e il Foro, affidato a Vincenzo Scalfari, ha permesso allo stesso tempo di far emergere strutture  murarie e anche qualche tubatura per acqua, in terracotta. In questa  zona è iniziato uno scavo in estensione il quale, nelle prossime  campagne, dovrebbe permettere di scoprire quanto resta di un quartiere centrale della città, dalle sue fasi tardo-repubblicane a quelle  alto-medievali.

 

Fonte: "CulturaItalia"

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10 luglio 2009

Le ultime scoperte alla Villa dei Misteri

La Soprintendenza Archeologica di Napoli e Pompei prosegue quindi l’attività di conoscenza e di conservazione del noto monumento, celebre per la grande pittura delle nozze di Bacco e Arianna. Si sono messe recentemente in luce, tra l’altro, la cella vinaria con un primo filare di dolia, ambienti rustici i cui manti di tegole sono ancora integri, ambienti di pertinenza del primo piano della Villa e coltivazioni sul fianco della via Superior che costeggiava il lato est, nonché una porzione del grande portico meridionale che era ancora sepolta.
Queste novità restituiscono una più completa conoscenza della Villa, la cui prima costruzione risale al II secolo a. C., anche se rifacimenti e modificazioni si sono susseguiti fino al momento dell’eruzione del Vesuvio.
La Soprintendenza, inoltre, ha praticato lavori per garantire un più ampio spazio paesaggistico intorno alla Villa dei Misteri ricavando così un più agevole ingresso per i visitatori che vi giungono dalla città antica. Questi lavori si sono svolti con notevoli difficoltà, a causa della presenza di costruzioni abusive, come un ristorante, e dell’opposizione dei proprietari circostanti.
Gli ostacoli che si frappongono ad un più decoroso inquadramento paesaggistico della celebre Villa non sono stati superati neanche dall’impegno del Commissario delegato all’emergenza di Pompei.

 

Fonte: "MiBac - Ministero per i Beni e le Attività Culturali"

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26 maggio 2009

Comacchio: memoria dell'altra Venezia

di Sauro Gelichi

Rivista: N. 135-2009 mese: Maggio-Giugno

Fra terre e acque negli stessi luoghi del delta del Po che nell'antichità avevano visto la fortuna del ricco centro etrusco di Spina durante l'alto Medioevo si sviluppò un emporio strategico per i commerci dell'area adriatica e dell'interno padano...

Nel 932 il doge Pietro II inviava un esercito contro i Comacchiesi per punirli di una presunta ingiuria. Stando alle parole del cronista Giovanni diacono (vissuto tra X e XI secolo, autore dell'Historia Veneticorum) la violenza dei Venetici sarebbe stata terribile, non solo sull'abitato, ma anche sugli abitanti, con i sopravvissuti deportati a Venezia. L'azione sembra di quelle definitive, tant'è che, da questo momento in poi, del fiorente emporio in prossimità delle foci del delta padano non rimarranno che labili tracce nelle fonti scritte. Finiva così, con l'incursione degli inizi del X secolo, la breve parabola di uno degli insediamenti più importanti dell'alto Medioevo italico, che aveva conteso alla nascente Serenissima il controllo dei traffici adriatici e mediterranei. La storia è stata ingenerosa: come spesso avviene, i perdenti non sembrano averne diritto. Così, nel tempo, mentre le fortune di Vene­zia riempivano le cronache, di Comacchio si perdeva la memoria.    
Comacchio è oggi un piacevole centro abitato in provincia di Ferrara, in prossimità del Po e della costa, famoso per la laguna pescosa e per i lidi. Deve la sua notorietà archeologica alle necropoli dell'emporio etrusco di Spina (VI-V sec. a.C.), scoperte soprattutto durante le bonifiche della prima metà del secolo scorso, quando, qualche chilometro a sudovest dell'abitato attuale, vennero alla luce anche i resti di quella che è stata identificata come la chiesa di Santa Maria in Pado Vetere, databile ai tempi dell'arcivescovo Aureliano (VI sec.). Con lo scavo di questo complesso ecclesiastico, e di un attiguo esteso cimitero, si può dire abbia inizio l'archeologia medievale del territorio comacchiese. Tuttavia le indagini non avevano ancora toccato il cuore di quel sistema altomedievale, che è la cifra peculiare del luogo, e cioè l'abitato di Comacchio e la sua periferia. Proprio qui, negli anni Venti, erano venute alla luce estese palificazioni, ceramiche, anfore e frammenti lapidei decorati, appartenenti a recinzioni presbiteriali di epoca carolingia (IX sec.). Tali scoperte rendevano promettenti le esplorazioni che verranno condotte negli anni Novanta. Da questi scavi, per quanto di emergenza, si cominciavano finalmente a percepire le  estese potenzialità del luogo: i tempi erano maturi per ripensare un'archeologia dell'emporio altomedievale, di quello stesso luogo che i Venetici avevano concorso a ridimensionare nel X secolo. […] Articolo su 8 pagine



Fonte: "Archeologia Viva"

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19 gennaio 2009

Scoperte case di epoca romana nella campagna brindisina

Due settimane fa, nell'ambito delle ricognizioni archeologiche previste a supporto del Piano Urbanistico Generale di Cellino San Marco (BR) elaborato dall'arch. Vincenzo Panelli, sono state scoperte due case di età romana (probabilmente monofamiliari) nelle campagne di San Donaci (BR). La cronologia (provvisoria) di questi due siti archeologici sembra collocabile fra la fine del III ed il II a.C. quando con la conquista romana del Salento (267-266 a. C.) e la fondazione della colonia latina di Brindisi (244 a.C.), al paesaggio dei grandi insediamenti fortificati messapici si sovrappone un popolamento di piccoli insediamenti isolati a carattere agricolo. In genere, le caratteristiche dei resti delle strutture di questo periodo (documentate in superficie) dimostrano l'assoluta dipendenza dall'ambiente circostante per i materiali da costruzione ed una chiara vocazione agricola testimoniata dalla presenza di frammenti di macine, grandi contenitori e ceramica da mensa d'uso comune. Durante la ricognizione archeologica, effettuata dall'archeologo Christian Napolitano, i due siti (visibili anche dalle foto aeree) sono stati rilevati topograficamente e fotografati, ma i reperti non sono stati raccolti. Della scoperta sono stati informati sia il Sindaco di San Donaci dott. Domenico Serio che l'arch. Saverio Perrone in qualità di redattore del PUG comunale, i quali hanno espresso la volontà di inserire il ritrovamento nella Carta Archeologica Comunale in fase di realizzazione. Si tratta di una scoperta importante che si aggiunge al patrimonio archeologico di San Donaci il cui simbolo, per tutti, rimane il cosiddetto "tempietto di San Miserino" per il quale il Comune di San Donaci ha già predisposto un programma di interventi all'interno del progetto di Area Vasta Brindisina.

Fonte: "Redazione Archaeogate"

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07 gennaio 2009

Progetto Caverna delle Arene Candide (Sv). Comunicato stampa

PUBBLICO E PRIVATO SOSTENGONO LE RICERCHE ARCHEOLOGICHE NELLA CAVERNA DELLE ARENE CANDIDE (FINALE LIGURE - SV)

Sono ripresi dopo oltre sessanta anni gli scavi archeologici presso la Caverna delle Arene Candide, uno dei più rilevanti siti archeologici preistorici dell’area Mediterranea. Alla conclusione dei primi tre mesi di ricerche gli archeologi tracciano un primo bilancio delle nuove scoperte.

Gli scavi sono una delle azioni previste dal Programma Integrato di Conoscenza e Fruizione “La Caverna delle Arene Candide”, condotto dalla Direzione Regionale del Ministero per i beni e le attività culturali. Essi si avvalgono della collaborazione scientifica di diverse Università italiane e straniere, del sostegno logistico del Comune di Finale Ligure e di una sponsorizzazione della Freddy Spa, azienda italiana di abbigliamento sportivo, recentemente impegnata nei Giochi Olimpici di Pechino 2008 quale fornitore ufficiale della squadra italiana.

L’equipe di archeologi e antropologi, che dalla metà di luglio ha lavorato nella Caverna delle Arene Candide, è riuscita a rintracciare i limiti degli scavi condotti più di sessanta anni fa da Luigi Bernabò Brea e Luigi Cardini, che portarono alla scoperta della famosa sepoltura del “Giovane Principe”. Come afferma il prof. Julien Riel-Salvatore della McGill University di Montreal questo lavoro ci ha permesso di individuare diversi livelli ancora intatti riferibili a due differenti momenti del Paleolitico, il Gravettiano e l’Epigravettiano, tra 30.000 e 10000 anni fa”. In uno spazio di circa dodici metri quadrati sono stati accuratamente sfogliati strati di terreno accumulatisi migliaia di anni fa, che hanno rivelato al loro interno numerosi attrezzi in pietra, la maggior parte dei quali sono stati fabbricati con materie prime di alta qualità provenienti da aree anche molto lontane (Marche, Francia), a conferma di come questa caverna rivestiva un ruolo “speciale” nella rete di scambi e contatti che univa le comunità umane. Una serie di campioni di legno bruciato di Pino Silvestre (l’albero dominante nel paesaggio dell’era glaciale) e di sedimenti è stata prelevata con l’obiettivo di effettuare analisi di laboratorio e datazioni radiocarboniche, per ottenere informazioni più puntuali sulle fasi di occupazione da parte dell’uomo della caverna durante le ultime fasi del Paleolitico. Di particolare interesse è la scoperta di un dente umano che indica, senza dubbio, come il terreno conservato all’interno della grotta possa ancora restituire resti fossili dei nostri progenitori, che potranno gettare nuova luce sui loro modi di vita, sulla loro alimentazione, malattie e cause di morte.

Roberto Maggi, archeologo responsabile del Programma Integrato di Conoscenza e Fruizione «La Caverna delle Arene Candide» sottolinea, in particolare, come questi primi importanti risultati - che riceveranno nuovo impulso con le più ampie campagne programmate anche per il 2009 - siano stati possibili proprio grazie al dialogo e alla collaborazione tra pubblico e privato, che uniti insieme sostengono finanziariamente i progetti di ricerca e valorizzazione in corso nella Caverna delle Arene Candide. La ripresa degli scavi è il primo passo di un progetto ambizioso che mira a fare dello scavo archeologico un “evento” al quale possano assistere ed in un qualche modo partecipare i numerosi appassionati di Preistoria e chi in generale ha curiosità per il passato e le nostre origini. Il progetto delle opere strutturali, che di fatto renderanno possibile a tutti l’accesso alla Caverna delle Arene Candide, verrà ufficialmente presentato nei prossimi mesi, presumibilmente entro la fine dell’anno, alla conclusione dei necessari iter amministrativi di approvazione. Importante sottolineare come, anche tali aspetti del progetto di valorizzazione del sito archeologico, siano fondati sullo sviluppo di sinergie e azioni congiunte di tipo pubblico-privato, nei quali sono coinvolti il Ministero per i beni e le attività culturali, la Regione Liguria, il Comune di Finale Ligure e la Società Cava Arene Candide Srl.

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06 settembre 2008

Breve resoconto della campagna di scavo condotta a Bibbiena (AR)

Dal 20 luglio al 17 agosto gli archeologi dell'Archeodomani s.a.s. hanno realizzato, grazie alla collaborazione ed alla disponibilità della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, una Campagna di Ricerca Archeologica in Casentino, precisamente nel comune di Bibbiena (Arezzo). Gli scavi hanno riguardato una delle più importanti realtà archeologiche del Casentino: il complesso termale del Domo. Il sito, individuato negli anni Ottanta nel corso di alcune campagne di ricognizione promosse dal locale Gruppo Archeologico, è stato oggetto di una prima serie di indagini tra il 1987 ed il 1989. Nel corso di queste prime ricerche vennero portati alla luce i resti di un complesso di ambienti riferibili all impianto termale di una villa romana.
La Campagna di Ricerca Archeologica, coordinata dal dott. Lorenzo Dell' Aquila, si è articolata in due turni di due settimane a cui hanno preso parte, oltre a studenti universitari di Archeologia, Architettura, Conservazione dei Beni Culturali e Fisica provenienti dalle università di Bologna, Milano, Firenze, Roma, Napoli e Brindisi, anche numerosi professionisti del settore interessati ad acquisire o perfezionare le moderne metodologie di scavo e documentazione archeologica. I lavori, ripresi dopo oltre 20 anni, sono stati diretti dal dott. Alfredo Guarino, Direttore Scientifico della campagna, ed hanno visto le oltre trenta persone che vi hanno partecipato, ampliare lo scavo concentrandosi nella zona delle piccole terme, tre ambienti contigui con una suggestiva pavimentazione in cocciopesto. Le murature hanno evidenziato una serie di ricostruzioni e di cambiamenti di funzione degli ambienti che hanno fatto ipotizzare un lungo arco di vita e sviluppo del sito. Nell area antistante è stato portato alla luce un imponente acciottolato, una strada che costeggiava i diversi ambienti.

Per qualsiasi ulteriore informazione potete contattare "Archeodomani s.a.s." all'indirizzo e-mail: archeodomani@gmail.com

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05 agosto 2008

Baia (Na). Sotto il Castello Aragonese si nasconde la villa di Cesare?

Una splendida villa repubblicana si cela sotto il Castello Aragonese di Baia, sul litorale flegreo: e se fosse proprio la villa di Cesare? Il suggestivo interrogativo resta sullo sfondo del progetto portato avanti a Baia dalla Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e di Pompei, di cui è responsabile scientifico Fausto Zevi, già soprintendente archeologo di Napoli. E' in corso un ampio intervento di recupero dell'area, che comprende lo scavo della villa repubblicana, seguito dal 1999 da Paola Miniero, responsabile unico del procedimento e direttrice del Museo dei Campi Flegrei, e il restauro del quattrocentesco Castello Aragonese, curato da Enrico Guglielmo, soprintendente ai Beni Architettonici e al Paesaggio di Napoli e Provincia. "Secondo me, quella è la villa di Cesare", afferma Zevi. Una villa ricca, databile al 60 a.C., composta di un nucleo abitativo posto sulla sommità del costone, in corrispondenza del cosiddetto "Padiglione del Cavaliere" del castello, e di una parte "marittima" provvista di terrazzamenti e peschiere al livello del mare, collegata da una rampa con tanto di galleria nella roccia. La domus oggi è conservata al livello dei pavimenti ma mostra la successione di più fasi.  "La prima fase è in opus signinum", spiega Zevi, alludendo al pavimento in cocciopesto decorato con tessere musive bianche ancora oggi conservato in situ, all'interno del "maschio" del castello. "Poi c'è un rifacimento dei pavimenti in mosaico bianco e nero di età augustea, attorno agli anni 30 del I secolo. Infine, ad un livello superiore di circa 50-60 cm, c'è una fase tra l'età neroniana e quella flavia, con pavimenti in opus sectile e modifiche sostanziali nella planimetria", prosegue lo studioso. "Mi ricorda molto la Villa dei Misteri a Pompei". Come spiega Paola Miniero, "lo scavo si è concentrato nel nucleo abitativo, dove è stato messo in luce un atrio tuscanico, con tablino, ambienti ai lati e portico attorno. La maggior parte delle decorazioni pavimentali e parietali appartiene alla fase tardo repubblicana", prosegue l'archeologa. "C'è una parete obliterata nella fase successiva da un'abside, che ancora conserva una straordinaria pittura in II stile, di livello altissimo, di un tipo caratteristico degli anni 60 e 70, molto vicina a quelle della Villa di Oplontis o della Villa dei Misteri".

Fonte: "Archeo - Luglio 2008" - Autore: Flavia Marimpietri

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21 luglio 2008

Iniziati gli scavi archeologici alla Caverna delle Arene Candide (Finale Ligure - SV)

SULLE TRACCE DI CACCIATORI VISSUTI 30.000 ANNI FA: INIZIATI GLI SCAVI ARCHEOLOGICI ALLA CAVERNA DELLE ARENE CANDIDE (FINALE LIGURE - SV)

Un gruppo di archeologi sta cercando a Finale Ligure le tracce delle popolazioni di cacciatori che abitarono - 30000 anni fa - la Caverna delle Arene Candide, uno dei più rilevanti siti archeologici preistorici dell’area Mediterranea.

Le ricerche sono condotte dalla McGill University di Montreal (Quebec, Canada) e rappresentano il primo tassello del Programma Integrato di Conoscenza e Fruizione “La Caverna delle Arene Candide”, promosso dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, attraverso la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Liguria.

La Caverna delle Arene Candide è al centro di un ampio progetto di valorizzazione che nel giro di pochi anni ne permetterà l’apertura al pubblico, oltre alla realizzazione di un centro di studio e di un parco archeologico nell’area dell’ex cava Ghigliazza, interessata da una vasta operazione di recupero urbanistico. Caverna Arene Candide - esterno 1

L’equipe canadese è guidata dal prof. Julien Riel-Salvatore, affermato ricercatore noto a livello internazionale per le sue indagini sui rapporti culturali e antropologici tra l’Uomo di Neandertal e l’Uomo sapiens, la specie a cui noi tutti apparteniamo.

Le ricerche si svolgono grazie ad un finanziamento del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, al supporto logistico offerto dal Comune di Finale Ligure e al sostegno della Freddy Spa (Sponsor e Fornitore Ufficiale della Squadra Olimpica Italiana ai Giochi di Pechino 2008).

Archeologi e antropologi opereranno dalla metà di luglio, per circa due mesi, nella porzione sud orientale della caverna, in quella stessa area dove, ormai più di sessanta anni fa, si svolsero alcuni scavi diretti da Luigi Bernabò Brea (primo Soprintendente Archeologo della Liguria) e Luigi Cardini (membro dell’Istituto Italiano di Paleontologia Umana), che portarono alla ribalta internazionale questo sito archeologico. Le precedenti ricerche dimostrarono come la Caverna delle Arene Candide conservi al suo interno la più articolata e completa stratigrafia, ossia una sequenza di livelli di terreno, che contiene preziosi ed eccezionali indizi sull’avvicendarsi delle culture umane tra le ultime fasi del Paleolitico superiore (26.000 a.C.) e l’epoca bizantina (VII secolo d.C.).

Lo scavo archeologico riprenderà dal punto abbandonato dai precedenti ricercatori. Si può valutare che meno del 20% del terreno contenente testimonianze del Paleolitico sia stato ad oggi esplorato. Obiettivo delle nuove indagini scientifiche, assai evolutesi in questi decenni, è quello di verificare alcuni dati pregressi e soprattutto di scendere oltre quei 7 metri di profondità da dove, nel maggio del 1942, tornò alla luce la ormai celebre sepoltura di un cacciatore del Paleolitico, ribattezzata “Giovane Principe” per la ricchezza degli oggetti deposti nella tomba. Questa sepoltura, con il corpo adagiato su un “letto” di ocra rossa, minerale ferroso usato come colorante, è uno dei più affascinanti ritrovamenti dell’archeologia moderna, che ci restituisce una suggestiva immagine della ritualità delle genti del Paleolitico.

“Se teniamo presente - afferma Roberto Maggi, archeologo direttore del Programma Integrato di Conoscenza e Fruizione «La Caverna delle Arene Candide» - che gli scavi non hanno mai raggiunto il fondo della caverna, ma che da alcune prospezioni geoelettriche sappiamo che la sua massima profondità è alcuni metri più in basso di quella raggiunta con la scoperta della sepoltura del principe, è altamente probabile che si conservino intatti gli strati che contengono tracce del passaggio/sostituzione fra l’Uomo di Neandertal e la nostra specie, avvenuto attorno a 35000 anni fa”.

Questo uno dei quesiti a cui cercherà di rispondere l’equipe canadese durante l’estate 2008, trovandosi ad affrontare una sfida scientifica importante e che sicuramente riserverà sorprese, considerato che dalla Caverna delle Arene Candide provengono ben 19 sepolture paleolitiche, esposte nel Museo di Archeologia Ligure di Genova e nel Museo Archeologico del Finale, che costituiscono uno dei più consistenti complessi funerari paleolitici ad oggi noto al mondo.

Il Paleolitico, in Liguria, copre un arco di tempo molto ampio, da circa 400 mila a 10 mila anni fa. Poche aree italiane hanno fornito, come il Finalese, tante testimonianze delle diverse specie umane (Homo erectus, Homo neandertalensis, Homo sapiens), dedite alla caccia e alla raccolta di vegetali spontanei e frutti, vissute in Europa durante tale epoca. Le numerose caverne nel territorio di Finale Ligure hanno ben documentato i cambiamenti climatici e del paesaggio in epoche così remote, i modi di vita di queste genti, la lenta evoluzione della tecnica di scheggiatura della pietra, che queste popolazioni impiegarono per la realizzazione di strumenti indispensabili per le attività quotidiane e la sopravvivenza.

Fonte: "DIREZIONE REGIONALE PER I BENI CULTURALI E PAESAGGISTICI DELLA LIGURIA"

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11 luglio 2008

Turchia. Un ponte con l'Egeo

Le indagini condotte dall'IRERP (Izmir Region Excavations and Research Project) a Liman Tepe, Bakla Tepe, çesme-Baglararasi e Panaztepe, intorno al golfo di Izmir (Smirne), arricchiscono la conoscenza della preistoria dell'Anatolia occidentale. Liman Tepe è il sito chiave nel progetto di ricerca dell'IRERP. L'insediamento si trova nel distretto di Urla, ed è oggetto di indagini dal 1992. La sua frequentazione ebbe inizio in età calcolitica e si protrasse fino alla tarda età del Bronzo, per poi continuare, in epoca classica, quando l'abitato si trasformò nella città di Clazomenai. Gli scavi hanno restituito informazioni di grande importanza, soprattutto per quanto riguarda le caratteristiche dell'insediamento dell'età del Bronzo Antico. Agli inizi di quell'epoca Liman Tepe fu munita di un poderoso sistema difensivo: ne sono prova la porta monumentale e i due bastioni rettangolari riportati alla luce. Lo scavo sistematico di alcune file di "case lunghe" adiacenti alla fortificazione ha restituito reperti di notevole interesse, databili al periodo 1 dell'età del Bronzo Antico. All'interno delle case vi erano, fra gli altri, materiali di importazione - come le salsiere "cicladiche", ceramica dipinta e ceramica decorata a stampo - , che attestano gli stretti contatti tra Liman Tepe e l'Egeo occidentale di questo periodo. Da qui provengono anche gioielli in oro, vari reperti in metallo e fibre intessute che provano la ricchezza raggiunta dal sito e danno un'idea delle attività produttive praticate al suo interno. Bakla Tepe, un altro dei siti indagati dall'IRERP, si trova nella piana di Cumaovasi e, per le vie di fondovalle, ha accesso diretto sia alla regione egea, sia all'Anatolia centrale. Gli scavi hanno permesso di accertare fasi di frequentazione databili al tardo Calcolitico, alle fasi 1 e 2 dell'età del Bronzo Antico e all'età del Bronzo Tardo. Al tardo Calcolitico appartengono quattro livelli architettonici che comprendono case absidate, rettangolari e circolari. Nell'erà del Bronzo Antico 1 l'insediamento ha le caratteristiche di un sito fortificato, con case lunghe a pianta rettangolare disposte secondo un piano radiale (del diametro di 90 m). L'insediamento dell'età del Bronzo Antico 2 si compone di poche strutture a pianta rettangolare, situate sul versante orientale della collina. Nei paraggi è stata localizzata una necropoli composta da deposizioni all'interno di pithoi. Alcune tombe accoglievano deposizioni multiple e hanno restituito corredi funebri di pregio, comprendenti ceramica, armi in metallo e gioielli databili all'età del Bronzo Antico 2. Di particolare rilevanza è il fatto che in alcune tombe è stata osservata la contemporanea presenza di vasellame dell'Anatolia centrale ed Egeo. Bakla Tepe doveva con ogni probabilità essere un importante centro di produzione di manufatti in metallo dell'intera regione egea: ne sono prova i ricchi nuclei in metalli, gli oggetti, gli utensili per la metallurgia databili al tardo Calcolitico e all'età del Bronzo Antico. Ai due interventi fin qui descritti, si è aggiunta l'esplorazione del sito di çesme-Baglararasi. Si tratta di una città portuale, localizzata nel centro della moderna çesme, 75 km circa a sud di Izmir. Gli scavi hanno finora provato la presenza di abitazioni riferibili all'età del Bronzo Antico, Medio e Tardo. Nell'ambito dell'insediamento dell'età del Bronzo Medio sono stati distinti due livelli: il più antico, il livello 2, si distingue in due fasi (2a e 2b), nelle quali il sito appare ben organizzato, con case suddivise in gruppi separati da strade. L'architettura degli edifici è caratterizzata dall'impiego di murature con fondazioni in pietra e alzati in mattoni crudi. Le superfici murarie erano rivestite con intonaco di colore bianco. Accanto alle strutture domestiche vi sono impianti di tipo industriale. Una costruzione denominata la "casa del vino" era utilizzata come laboratorio per la produzione appunto di vino: l'ambiente principale della struttura era provvisto di un impianto per la spremitura dei grappoli e per separare il succo dai residui. Alle spalle di questa sorta di torchio c'erano tre stanze sotterranee nelle quali venivano immagazzinati l'uva, il vino e il vasellame utlizzato per trasportare e bere la bevanda. Si tratta di uno dei più antichi esempi di strutture del genere a oggi noti. La maggior parte della ceramica che permette la datazione di questo livello mostra caratteri locali con notevoli affinità con la produzione dell'Anatolia centrale. In piccola quantità, è stata trovata anche ceramica "minoica", che potrebbe essere collegata a produzioni simili, databili al Medio Minoico III. L'architettura del primo livello è gravemente danneggiata e la presenza di questa fase può essere attestata soprattutto dai pozzi scavati nei livelli più antichi. In questo primo livello c'è un rapporto proporzionale più elevato di ceramica importata. Sono stati trovati vasi di tipo cretese minoico e cicladico "minoicizzante", insieme a manufatti locali di produzione anatolica occidentale. La ceramica importata suggerisce che il primo livello di çesme-Baglararasi fosse coevo del periodo Tardo Minoico 1A di Creta. La regione ebbe un ruolo di ponte, forse fu un mercato comune fra l'Anatolia e l'Egeo e divenne una delle rotte più importanti nel trasferimento e nella diffusione di beni, idee e tecnologie fra queste regioni culturalmente differenti.

Fonte: "Archeo" - Autori: Hayat Erkanal, Vasif Sahoglu

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25 giugno 2008

Pisa. Ora affiorano le palafitte. Trovati i resti di un insediamento di 4mila anni fa

I resti di un insediamento su palafitte. E’ questa l’ultima sorpresa, in ordine di tempo, che ci ha riservato il tormentatissimo parcheggio di piazza della Stazione.
È stato l’assessore comunale ai lavori pubblici, Andrea Serfogli, a raccontarci l’ultima scoperta, all’indomani di una ricognizione sul cantiere, compiuta assieme al sindaco Filippeschi, per monitorare lo stato dei lavori.
La scoperta risale all’aprile scorso, quando scavando a dieci metri di profondità, sono venute alla luce, in una sorta di “spiaggetta”, reperti lignei, vasellame e conchiglie, risalenti secondo una prima analisi della sovrintendenza all’età del bronzo, ovvero circa 2000 anni avanti Cristo.
Tracce di una storia lontana, che confermano, se ce ne fosse ancora bisogno, le origini della nostra città, sorta appunto in una zona palustre nel delta di due fiumi, l’Arno e l’Auser (come si chiamava l’odierno Serchio, prima della sua deviazione ad opera del vescovo di Lucca, Frediano nell’VIII sec. d.C.).
L’ultimo intoppo è durato pochi giorni, il tempo per gli esperti di raccogliere il materiale e trasferirlo nei propri laboratori per ulteriori approfondimenti e, probabilmente, per renderlo fruibile, in un prossimo futuro, alla visione del pubblico.
Di certo, quest’ultimo “scavo”, ridisegna il perimetro di una città, la nostra, che doveva essere assai esteso, a giudicare dai recenti ritrovamenti di insediamenti risalenti ad epoche più recenti (età etrusca) prima nella zona di Gagno e poi lo scorso anno, con la piccola necropoli, scoperta casualmente durante i lavori nello spazio retrostante via Luigi Bianchi a Porta a Lucca.
Se altro “passato” non emerge da quello che è stato definito dai cittadini il “parcheggio della vergogna”, l’opera potrebbe (il condizionale è d’obbligo), essere inaugurata nel giugno del 2009, ovviamente con molti posti auto in meno (278 invece dei previsti 396), ma comunque con un risultato che riqualificherà sicuramente, l’intera area, oggi a dir poco degradata.
«I nostri tecnici - dice Serfogli - seguono quasi ogni giorno i lavori. Personalmente effettuerò una ricognizione ogni settimana. Abbiamo chiesto ai responsabili di Pisa Parcheggi (la società che gestisce l’opera per conto dei costruttori, Saba Italia ed Iter) di realizzare da subiti una nuova recinzione più dignitosa dell’area, dove si spieghi meglio cosa si sta realizzando. Una parte di questa - aggiunge Serfogli - sarà a disposizione di giovani artisti graffitari che vorranno realizzare le loro opere come già avvenuto nel cantiere sotto il Comune».

Con i debiti scongiuri, l’opera si avvia a conclusione attraverso alcuni step fondamentali. Il primo, quello più sostanziale, è previsto per la fine di novembre, con il definitivo inscatolamento dei tre piani di parcheggio (il progetto originario ne prevedeva quattro). Poi inizieranno i lavori di impiantistica che dovrebbero concludersi nella primavera prossima. Da qui, la palla passerà al Comune andrà a realizzare la nuova viabilità ponendo fine ai tanti disagi per pedoni, automobilisti e soprattutto residenti.

Fonte: "Il Tirreno" - 21/06/2008

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20 maggio 2008

Il villaggio nuragico di Sant'Imbenia torna a vivere

Il villaggio nuragico di Sant'Imbenia (nei pressi di Alghero, in provincia di Sassari) è un sito cardine nel quadro delle relazioni commerciali e culturali in atto nel Mediterraneo nella prima metà del I millennio a.C.: dagli scavi condotti negli anni Ottanta del Novecento, diretti da Fulvia Lo Schiavo e condotti da Susanna Bafico, provengono materiali fenici, greci ed etruschi, attestati fin da una fase precedente la strutturazione coloniale fenicia in Sardegna e greca nell'Italia meridionale. La rotta da Oriente a Occidente dei mercanti e delle navi levantine (e forse anche greche) si ferma in questo golfo a nord di Alghero dove il contatto, lo scambio e le forme di ospitalità con le genti nuragiche di questo distretto appaiono concretamente testimoniate. Alla fine della prima fase degli scavi nell'abitato è seguita poi una lunga stasi. Ma ora per Sant'Imbenia si apre una nuova stagione di ricerche, frutto di una condivisione di responsabilità e problemi che sono rimasti aperti per troppi anni. Il progetto si propone da un lato di chiudere antiche pendenze, dall'altro di riprendere le attività di ricerca sul sito, al fine della sua migliore conoscenza e tutela, della sua valorizzazione e dell'inserimento nel circuito culturale e turistico della Sardegna settentrionale. E' intenzione dei responsabili del progetto di aprire a breve una collana editoriale nella quale ospitare le anilisi e l'interpretazione delle vecchie ricerche, in forma definitiva, coinvolgendo tutti gli studiosi che negli anni si sono occupati dello studio delle strutture messe in luce e dei materiali rinvenuti. Si tenterà di risolvere, nella maniera più indolore, il problema della proprietà dell'area, assicurando al Comune di Alghero, e più in generale alla Sardegna, questo prezioso tesoro: al proposito, appare auspicabile e necessaria la stretta collaborazione fra gli Enti, in particolare con la Regione Autonoma della Sardegna e il suo Assessore alla Cultura, Maria Antonietta Mongiu. Alla ripresa delle indagini di scavo, prevista per il prossimo mese di settembre, si affiancherà anche una prospezione del territorio: in questa maniera si intende inserire l'area di Santi'Imbenia in un contesto culturale e ambientale all'interno della quale sia possibile ricostruire un palinsesto della presenza umana nel più ampio distretto di della Nurra meridionale, dalle fasi più antiche almeno fino alla fine dell'Ottocento. Si tratta di una ricostruzione dei paesaggi, della loro frequentazione, della loro organizzazione nello scorrere del tempo. Per quel che riguarda invece le indagini di scavo, proseguiranno le ricerche nell'area dell'abitato con il fine di portare alla luce tutti gli ambienti presenti nell'area. La natura del progetto non vuole essere solamente quella di una ricerca puramente scientifica: si darà priorità anche all'aspetto didattico e, da questo punto di vista, il coinvolgimento  della University of Cambridge può rappresentare un momento di confronto e di crescita per gli studenti sardi che parteciperanno alle ricerche. Vorremmo creare poi uno "scavo aperto", visitabile anche nel corso delle ricerche, così da poter coinvolgere sia gli abitanti di Alghero, sia i turisti che affollano le spiagge della Nurra in una forma di condivisione dei progressi e delle scoperte.

Per saperne di più clicca qui

Fonte: "Archeo" - Autore: Marco Rendeli

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03 marzo 2008

Marano di Castenaso (BO). Scoperta una necropoli protofelsinea (VII sec. a.C.)

Non è che non amassero la guerra; però preferivano i giochi, le danze, i banchetti. Nella rappresentazione che gli Etruschi davano di sé su vasi, stele, pitture murarie, la presenza di armi è rarissima. Per questo la stele trovata negli scavi di Castenaso è così interessante.
La forma è quella tipica dei segnacoli protofelsinei (un rettangolo sormontato da un disco), così come la decorazione, una scultura a rilievo con rosette/ruote di carro (sei, tre per parte), un corteo di volatili (paperelle), un fiore di loto (o forse una palmetta) e un animale esotico, probabilmente un felino. Ma poi, alla base del disco, ecco due figure che brandiscono le spade; si tratti di un duello o di una danza rituale sono comunque armate, per giunta in un contesto che presenta tre diversi tipi di lame, un grosso coltello e due spade, di cui una ad antenne. A completare l'eccezionalità del ritrovamento, la stele conserva ancora tracce di pittura rossa.
Se la stele "delle spade" (Tomba 7-9) è una vera superstar, l'intera necropoli protofelsinea rinvenuta a Marano di Castenaso, all'immediata periferia di Bologna, è di grande rilevanza archeologica.
Complessivamente sono state riportate in luce nove tombe databili al VII secolo a.C., tutte ad incinerazione, una a pozzetto ed otto a cassa lignea
: la cassa, completamente decomposta, ha lasciato nel terreno l'impronta delle venature del legno e, in un caso, persino i chiodi con cui era stata fissata. Una tomba è segnalata da un grosso ciottolo fluviale e ben sette da stele in arenaria, di cui quattro "a disco", una tipologia estremamente rara: tra queste, oltre alla stele della Tomba 7-9, c'è n'é una (Tomba 6) decorata da una stella a cinque punte e una terza (Tomba 8) che, seppur molto degradata, conserva su entrambe le facce una decorazione a motivi geometrici e a meandro che, su un lato, sembra ricordare la rappresentazione stilizzata dell'albero della vita.
Una densità di stele insolita per una necropoli così piccola tanto che, per il Soprintendente Luigi Malnati, il sepolcreto non può che appartenere a un gruppo familiare aristocratico.
Sono molti gli elementi che depongono a favore di questa ipotesi. Certamente l'elevata percentuale di stele, ma anche la presenza di numerosi cinerari vestiti (il vaso con le ceneri del defunto era avvolto in un tessuto -purtroppo non conservato- e fermato con fibule), la dimensione delle tombe (mediamente m 2x2, dunque decisamente ampie) e la presenza delle casse lignee.
Ma la conferma definitiva sembra venire dai corredi. L'aver trovato insieme la stele e il suo corredo è di per sé un dato eclatante; qui poi i corredi sono tutti di grande pregio. Ci sono vasi e suppellettili di vario uso in bronzo, talora impreziosito da elementi in ambra o pasta vitrea, fibule, spilloni, presentatoi rituali e altri vari contenitori come situle (con o senza coperchio) e ciste cordonate. E c'è lo splendido vasellame in ceramica d'impasto o depurata, decorata con un variegato repertorio ornamentale di serpentelli, dischi concentrici, paperelle, cerchi semplici e tutta una serie di decorazioni stampigliate, non sempre facili da interpretare.
Dunque una necropoli meravigliosa, certamente relativa a personaggi d'alto rango. Una necropoli che ha avuto la "fortuna" di essere scavata con le più moderne metodologie scientifiche, in grado di preservarne tutti i dati scientifici, contrariamente a quanto avvenuto per tutto l'Ottocento, quando sono state scavate in ambito urbano numerose necropoli di una certa consistenza con presenza di stele protofelsinee.
Riteniamo che la necropoli di Marano di Castenaso possa rappresentare un punto fermo nel travagliato panorama delle stele bolognesi, troppo spesso scorporate dai loro corredi. I dati forniti da questa necropoli offriranno un buon punto di partenza all'analisi del complesso problema del ruolo sociale di tali tombe eminenti a Bologna e nel suo territorio, nel momento che coincise con la nascita dell'esperienza urbana di Felsina.
Vogliamo sottolineare che se possiamo considerare concluse le attività di scavo nel cantiere di Via della Pieve, non altrettanto possiamo dire dell'indagine archeologica che ci attende in laboratorio. Sono tantissimi i materiali asportati dall'area di deposizione con il loro pane di terra, secondo una scelta strategica che è stata dettata sia dalla volontà di sveltire le attività di recupero, che dall'intento di preservare meglio dagli agenti ambientali gli oggetti così raccolti. La speranza è che l'indagine diagnostica sulle tracce di policromia ancora presenti sulla stele, riesca ad identificare i pigmenti originari, consentendo la mappatura dei colori della decorazione e la loro ricostruzione virtuale.
Ricordiamo infine il consistente impegno del Comune di Castenaso che, come spiega il Sindaco Mariagrazia Barrufaldi, "si è concretizzato in due specifiche direzioni: la realizzazione di un Centro per la promozione, la conoscenza e lo studio della civiltà villanoviana, e la partecipazione al restauro di una parte degli oggetti rinvenuti nel recentissimo scavo di Marano, in particolare della stele e del corredo funerario della tomba 7 - 9, in vista di una esposizione presso il Centro Villanoviano in fase di realizzazione".

Fonte: "Ufficio stampa della Soprintendenza per i beni archeologici dell'Emilia-Romagna"
stampa.archeobo@arti.beniculturali.it

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